Two Moons – Elements

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Two Moons – Elements

Elements” è un album inquieto, oscuro e nostalgico. In bilico perenne fra new wave e post rock, fra slanci di elettronica e sonorità dark, questo album è un vero tuffo nel passato, un viaggio nel tempo che ci porta indietro di almeno 30 anni. I Two Moons, infatti, attingono a piene mani dagli anni ’80 e ne ricreano le atmosfere cupe e sperimentali, ma con uno stile che lascia ben intuire la loro personalità. A questi suoni “datati” si aggiungono testi sempreverdi, che parlano di angoscia, malinconie e miserie umane: la band di Bologna sembra voler sondare il lato in ombra delle nostre esistenze e condurci in un viaggio introspettivo lungo 11 tracce.

Welcome to my joy”, brano di apertura, ha un ritmo trascinante a tratti quasi noise, “Snow” “Rain” e “I’m sure” lasciano, invece, spazio al sinth e a suoni più sintetici: distorsioni, tastiere ed effetti ricostruiscono fedelmente lo stile anni ’80, mentre “Leaves” ricorda i Depeche Mode più tormentati. “Autumn” e “Starchild” sono brani ben riusciti, sognanti e puliti, ma il finale è affidato a “Crazy world” che rappresenta una specie di riassunto dell’intero album: una sinfonia di suoni elettrici che inneggiano al caos. Su tutto domina la voce del cantante Emilio Mucciga, con il suo inglese teatrale ed enfatico, crea assuefazione e suona stranamente distante, come arrivasse davvero dal passato.

Back to the Future.

 

J Moon – Hidden Garden

J Moon - Hidden Garden
J Moon – Hidden Garden

Hidden Garden” è il raffinato ep che anticipa l’uscita del primo album di J Moon, nome d’arte scelto da Jessica Einaudi per il proprio esordio solista. La cantautrice milanese ma berlinese d’adozione, già cantante de “La blanche alchimie”, ci regala un gioiello in quattro tracce, elegante e seducente come la sua voce. In “Poison” il tono caldo e il ritmo psichedelico incantano fin dalle prime note, una specie di Emiliana Torrini in versione vamp. La chitarra di “Among the walls” ci conduce lontano, la voce cristallina di J Moon cresce insieme alla melodia e culla con dolcezza fino a lasciare spazio alla malinconia di “Hidden Garden”, in cui basta una chitarra acustica a creare la magia. “With you” è un brano essenziale, tanto semplice quanto suggestivo in cui la voce limpida emerge morbida come una carezza. Questo ep di singolare eleganza è il miglior invito che J Moon poteva farci per entrare nel suo mondo mistico e sognante.  

Maria Antonietta @ Apartaménto Hoffman 05.04.14

Maria Antonietta SassiMaria Antonietta arriva sul palco dell’Apartaménto Hoffman con il nuovo album “Sassi”, uscito per l’etichetta La Tempesta, e una cosa è sicura: o la ami o la odi, ma di certo questa ragazza dai capelli rossi non lascia indifferenti.

Maria Antonietta è uno scricciolo di donna con la voce da bambina, saluta e ringrazia in modo timido ed infantile e fa quasi tenerezza. Poi prende in mano la chitarra e si trasforma in pura dinamite, le canzoni del nuovo album si susseguono rapide e tese, i riff di chitarra sono violenti ed energici, quasi isterici. La ragazza dai capelli rossi non sembra più una bambina, ma è una donna dallo sguardo un po’ allucinato che urla tutta la sua rabbia nel microfono e parla di sé in un modo unico, talmente forte e diretto da sembrare prepotente.

Dal vivo le canzoni si arricchiscono della potenza dell’interpretazione, brano dopo brano Maria Antonietta si spoglia e mette a nudo le proprie emozioni in un vortice fatto di punk, garage, blues e melodie anni ’60. Alterna i brani dell’ultimo lavoro a quelli meno recenti, ma a stento si riesce a riconoscerli: i pezzi, da “Maria Maddalena” a “Con gli occhiali da sole”, sono trasformati, riarrangiati e ricantati con un umore diverso, una bella prova di creatività che non manca di stupire il pubblico. Quando Maria Antonietta scende dal palco e qualcuno chiede timidamente un bis, lei ci strega con una versione acustica di “Saliva”, intima e scarna, “Quanto eri bello” e chiude sulle note sincopate di “Alla felicità e ai locali punk” mixata con “Burnin and lootin tonight” di Bob Marley. Wow!   

The Singers – The Singers

 

The Singers
The Singers

Chi sono i The Singers? Partiamo con i dati essenziali : band romana al secondo album, intitolato semplicemente The Singers, suoni pop rock che catturano subito, ritmi sostenuti ma non esasperati, qualche cenno di elettronica qua e là, tutto giusto e al posto giusto. Detto così potrebbero passare quasi inosservati e perdersi nell’affollata galassia di band bravine, ma che dopo il primo ascolto ti sei già dimenticato come si chiamano.

Ma i The Singers per qualche motivo te li ricordi : sarà per l’album omonimo, sarà per quel ritornello pa-ra-pa-pa del singolo “Pocho-Cho” che ti si incolla in testa o forse l’atmosfera spensierata da venerdì sera dell’altro singolone “Monster”. In realtà quello che rimane impresso di questo lavoro è proprio la mancanza di eccessi, l’equilibrio e il gusto con cui le singole tracce sono state composte ed assemblate insieme. C’è il pop, ma non è banale, c’è il rock, garbato ed essenziale, c’è l’elettronica, ma senza dare l’impressione di essere ripiombati negli anni ’80.

Basterebbe questo per stamparsi in testa il nome della band, ma c’è dell’altro. Oltre a non strafare, i The Singers stupiscono per la ricerca musicale e l’uso degli strumenti, che donano ad ogni brano un’ atmosfera differente. Gli archi in “Monster” e “Alice”, la fisarmonica in “Flowers of Navona”, il sinth e la tromba in “White Curse”. Il risultato è comunque omogeneo, si percepisce un filo conduttore che lega ogni brano e crea un insieme morbido ed avvolgente, fatto di suoni che rivelano un carattere ben definito. 

E voi vi ricorderete dei The Singers?  

Negrita – Teatro dell’Accademia 23.11.2013

Negrita in concerto
Negrita in concerto

Lo devo ammettere: gli avevo sempre sottovalutati.

I Negrita li ho ascoltati sempre in modo casuale e superficiale, i singoli passati in radio e i pezzi “quellichenonpuoinonconoscere”, qualcuno mi piaceva anche, ma non mi avevano mai del tutto convinto. Pensavo che in fondo fossero il solito gruppo di pseudo rock all’italiana, tutto melodia, romanticherie e qualche assolo furbetto, ma sabato mi sono dovuta ricredere.Al Teatro dell’Accademia di Conegliano i Negrita si sono messi alla prova con un concerto unplugged, nel tour che segue l’uscita dell’album “Dejà Vu”, lavoro nel quale ripropongono i successi di una vita in chiave rigorosamente acustica.

L’esperimento riesce a trasformare e a rivitalizzare brani ormai consolidati, mentre l’assenza dei suoni elettrici valorizza l’abilità dei musicisti e la voce calda si Pau, che emerge protagonista assoluta della scena. Il concerto è un viaggio attraverso la memoria artistica della band, ma anche una riscoperta delle radici musicali e delle diverse influenze con cui i Negrita hanno sperimentato nel corso degli anni. Si passa così dal blues delle origini, rivissuto da “Bum bum bum” e “Cambio” allo swing irresistibile di “Malavida en Buenos Aires” fino agli amati suoni del sud, interpretati con “Soy Taranta” e “Radio Conga”.

Non mancano le ballate, come “L’uomo sogna di volare”, la toccante “Non ti buttare via” e la sensuale “Magnolia”, rese ancora più intense dall’arrangiamento morbido. Brani ritmati ed energici come “Mama Maè” e “Con libro in una mano e la bomba nell’altra” si sciolgono al suono degli archi e diventano quasi struggenti, mentre “Rotolando verso sud” e “Gioia infinita” fanno saltare in piedi tutto il teatro e infiammano il pubblico con tanto di assolo in puro stile hard-rock. Non mancano neanche due brani inediti “Anima lieve” e “La tua canzone”, eseguiti per la prima volta durante il tour.

Due ore volate, divertimento puro. Mi hanno fatto dimenticare di essere in teatro.

Niente male, questi Negrita! 

Ozric Tentacles – Deposito Giordani 19.10.2013

Ozric Tentacles
Ozric Tentacles

Gli Ozric Tentacles sono esattamente come ve li siete sempre immaginati: psichedelici, allucinogeni e molto, molto colorati. La longevità sembra essere un’ altra delle loro caratteristiche, visto che la band inglese celebra quest’anno i 30 anni di carriera e lo fa con un imponente tour europeo, che li ha visti fare tappa sabato 19 Ottobre al Deposito Giordani di Pordenone. Della band originale, in realtà, rimane ben poco (Ed Wynne, chitarrista e tastierista) ma la formula che li ha resi famosi resta invariata: tecnica impeccabile, rock psichedelico e magliette da irriducibili hippie.

Vederli dal vivo equivale ad un viaggio sensoriale, la musica e le immagini proiettate ci trascinano in un trip lungo due ore, nel quale i singoli brani finiscono per fondersi in un flusso continuo di suoni. La padronanza degli strumenti è tale da permettere ai componenti divagazioni di ogni genere: elettronica, prog, funky si alternano ad assoli in puro stile hard rock e a melodie arabeggianti, mentre sugli schermi scorrono immagini di dragoni cinesi, divinità indù e ciambelle pelose, ad un ritmo da crisi epilettica.

Gli Ozric Tentacles si spingono oltre il concetto di genere e creano una musica che è pura sensazione, in cui la mancanza dei testi garantisce la possibilità, per chi ascolta, di immergersi in un viaggio del tutto personale, libero da parole e significati prefissati. Ogni tanto i sorrisi adorabili e strafatti della bassista ci riportano alla realtà e ci risvegliano dalla trance in cui siamo caduti: chi balla, chi se ne sta ad occhi chiusi, chi si muove frenetico, chi cerca di carpire l’abilità tecnica dei musicisti. Il pubblico è numeroso e molto vario, segno che gli Ozric Tentacles sono un gruppo davvero trasversale, che incuriosisce e riesce a mettere d’accordo un po’ tutti.

La band ci saluta in stile peace&love e ci regala il bis con il quale torniamo definitivamente nel mondo reale, inebetiti e contenti.

Recensione – iVenus, “Dasvidanija”

iVenusLa migliore definizione dell’ album “Dasvidanija” ce la forniscono gli stessi iVenus, con il ritornello della prima traccia: “Voglio vivere nel pop, io non ci sto”.

Nel pop infatti ci sguazzano alla grande : melodie orecchiabili, ritmo incalzante, testi bizzarri e apparentemente leggeri, che a tratti sfiorano il non-sense.

Tutto questo non sembra però bastare alla band savonese, che si diverte a giocare con l’elettronica e gli effetti sonori, aggiungono una batteria quasi hardcore e tastiere sinuose ad ogni brano, rivelando un’autentica vocazione all’indie-rock.

Il risultato è un suono molto compatto e peculiare, il dosaggio degli ingredienti cambia ad ogni brano ma nella sostanza rimane invariato (“Settembre” e “Ventricoli” i brani più riusciti), dando un senso di continuità all’intero album : solo il pezzo di chiusura, “Dasvidanjia”, ne rallenta il ritmo frenetico e ne ammorbidisce i suoni, creando la giusta sfumatura di chiusura.

Un album curioso e ben pensato, che scorre senza intoppi e riserva momenti davvero travolgenti.

Quando il pop non basta.

Leitmotiv – A tremula terra

recensione-leitmotivA tremula terra” dei Leitmotiv è uno di quegli album che al primo ascolto ti lasciano perplesso : in equilibrio fra pop e folk, attrae con melodie orecchiabili e testi vagamente surreali, ma senza convincere del tutto.

Man mano che lo si riascolta emergono però le peculiarità nascoste e si riesce a mettere a fuoco la reale bellezza di questo lavoro: le contaminazioni musicali ma anche linguistiche che intrecciano francese e dialetto meridionale, rock e canzone popolare; l’uso di strumenti insoliti come il sitar, l’ukulele e il mandolino, che infondono retrogusti esotici ai singoli brani. La caratteristica che sorprende maggiormente sono però gli arrangiamenti, originali, complessi e molto curati.

Ogni brano è un mondo a parte, un intreccio di stili e influenze differenti: questo rende l’album un insieme vario ed equilibrato, che non tradisce cali di qualità. Il brano cardine è “Specchi”, un’oasi acustica e introspettiva che divide i brani iniziali, leggeri e giocosi, da un finale più misterioso e sfuggente.

 

http://www.youtube.com/watch?v=FvxUwRj8Azo