Fedele alla Linea – Giovanni Lindo Ferretti (un film di Germano Maccioni)

Grazie al servizio di prestito offerto dalla Mediateca di Pordenone sono riuscita a recuperare un documentario che, se passato al cinema, mi era sfuggito “Fedele alla linea – Giovanni lindo Ferretti” anche perché dopo la crisi religiosa e le uscite su Berlusconi mi ero un po’ allontanata dal mondo di Giovanni Lindo, mondo che alla fine degli anni ’90 mi aveva tanto affascinata.

Ricordo ancora con grande nostalgia il concerto che tenne con i CSI al Rototom nei primi anni 2000 quando il Rototom aveva sede a Pordenone. Serata conclusa insieme ad Angela, Luca Loris, Michele… all’insegna di acqua tanta acqua, eravamo disidratati, michhetti e nutella, insomma una serata vissuta pericolosamente 😉

Lasciando da parte la nostalgia il documentario di Germano Maccioni, ripropone un Giovanni Lindo Ferretti ritornato alle origini, nell’appennino tosco emiliano, dopo un percorso articolato della sua vita che lo ha portato ad affrontare più volte la malattia, ed ogni volta rinascere.

Il documentario di Maccioni è interessante perché ripropone anche estratti di altri documentari realizzati prima sui CCCP e CSI, in particolare un estratto riproposto del documentario “Tempi moderni” di Luca Gasparri Giovanni Lindo diceva “[…] avrei dovuto scegliere di comprarmi una casa a schiera o un appartamento, fare un mutuo decidere che la vita era finita e allora sono andato un po’ in giro per l’Europa e mi sono ritrovato a Berlino […]”. Il suo percorso artistico ha inizio da una crisi personale, da operatore psichiatrico decide di lasciare tutto e partire.

Ripercorre la sua vita attraverso la malattia, le crisi, il rapporto con la madrea, gli incontri… vedere la foto di un Ferretti vicino al mago Zurlì non ha prezzo 😉 la colonna sonora che accompagna è quella dei CCCP prima e poi CSI. Le immagini più intime dei suoi luoghi più cari, dei suoi diversi ritorni all’origine si alternano ai momenti di grande fama, ai concerti dei CCCP e poi dei CSI. Giovanni Lindo afferma che l’equilibrio tra queste due dimensioni , quella pubblica dei concerti affollati e quella privata della sua casa immersa nelle montagne, gli è stato dato proprio dai cavalli, se non ci fossero stati i cavalli “mi sarei bruciato in un mese”. I cavalli sono il punto di equilibrio, e più in generale afferma che senza i cavalli non è possibile concepire la storia dell’uomo.

Infatti il suo ultimo progetto di Teatro equestre si basa su una compagnia di cavalli “La corte transumante di Nasetta” che “alleva, doma e addestra razzette di cavalli residuo d’altri tempi”.

Ho trovato bellissimo il momento in cui Giovanni Lindo si dedica al taglio del crine dei cavalli… trasformando il crine in un taglio da vero “pankettone” 😉

Il suo avvicinamento alla religione viene affrontato ma in modo molto lieve. La quotidianità del fare e gli impegni che portano la cura di un animale come il cavallo hanno la prevalenza nel racconto. Mi ha dato fastidio il “superficiale” giudizio che Giovanni Lindo dà sui suoi compaesani che costretti a lasciare il paese si riversano nelle città. È facile dire “sono passati dall’essere poveri e liberi all’essere poveri e schiavi” quando ci si può permettere di ristrutturare una casa in pietra e godere delle royalty dei proprio dischi… insomma piedi per terra Giovanni Lindo, tu Massimo Zamboni lo hai conosciuto in un club di Berlino non tra i monti.

io sto bene io sto male io non so come stare” -CCCP Fedeli alla linea-

Foto di @eltubaro

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La critica la scrivi tu! Al via dal 19 febbraio la quattordicesima edizione di Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino – Il concorso nazionale per giovani aspiranti critici cinematografici

 

Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, giunto alla sua quattordicesima edizione, è l’unico concorso nazionale di critica cinematografica per giovani presente in Italia ed è promosso da CinemazeroFondazione Pordenonelegge.it, il Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e MYmovies.it. Da sempre attento alla passione dei giovani per il cinema e per la scrittura, ha consolidato per questa edizione due importanti premi volti a formare futuri nuovi critici: la partecipazione a un campus internazionale che vede coinvolte alcune tra le principali testate di critica cinematografica di tutto il mondo all’interno del Far East Film Festival di Udine, il maggiore festival europeo di cinema popolare dell’Estremo Oriente, e la collaborazione con il blog di approfondimento culturale e cinematografico, Minima&Moralia. Scrivere di Cinema, intitolato al critico Alberto Farassino, uno dei protagonisti della critica italiana, attento ai giovani sia come spettatori che come autori, è indirizzato a tutti gli aspiranti critici tra i 15 e i 25 anni residenti in Italia, che dal 19 febbraio potranno iscriversi e iniziare a mandare le loro recensioni, il tutto sulla pagina di MYmovies e dedicata al concorso: scriveredicinema.mymovies.it

I partecipanti dovranno recensire un film della presente stagione cinematografica; due le sezioni di gara: Young Adult (15-19 anni) e Under 25 (20-25 anni). Una giuria di critici professionisti – composta da Mauro Gervasini (direttore di Film Tv, selezionatore per la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia), Nicola Lagioia (fondatore del blog Minima&Moralia scrittore, editor per Minimum Fax, conduttore della pagina culturale di Radio3 e selezionatore per la Mostra del Cinema di Venezia) e Adriano De Grandis (critico del Gazzettino e responsabile della sezione Triveneto del Sncci), presieduta da Viola Farassino (costumista per il cinema, la televisione e il teatro) – avrà il compito di leggere gli elaborati pervenuti e decretare i vincitori. I primi tre classificati per entrambe le sezioni di gara entreranno a far parte di una redazione che collaborerà con Minima&Moralia per un anno intero. Scrivere di Cinema fornirà ai sei neo-redattori anche un carnet di ingressi al cinema.

I premi rispecchiano lo spirito e l’obiettivo del concorso: permettere ai ragazzi di misurarsi con l’articolato mondo cinematografico, vivere accanto a professionisti di primo piano e mettere il proprio talento alla prova dei fatti. L’importante premio della categoria Under 25 di quest’anno lo conferma e incrementa rispetto alle passate edizioni, allargando lo scacchiere del confronto. Il vincitore conquista infatti la possibilità di partecipare al campus internazionale all’interno del Far East Film Festival, insieme ad altri sette giovani aspiranti critici provenienti da Europa e Asia, e immergersi in una settimana di incontri e laboratori incentrati su cinema e scrittura, guidati dal critico Mathew Scott.

Accanto al concorso nazionale, viene riproposto, dopo il successo dello scorso anno, il Premio del Territorio FriulAdria Crèdit Agricole, promosso in collaborazione con il Centro Espressioni Cinematografiche e rivolto agli studenti delle provincie di Pordenone e di Udine. Una giuria formata da docenti del territorio sarà chiamata a premiare la migliore recensione scritta dagli studenti della Regione con una card che garantirà un anno di cinema gratis nelle sale di Cinemazero a Pordenone, del Visionario e del Cinema Centrale a Udine. Per incentivare la partecipazione attiva e offrire degli adeguati strumenti del mestiere, Cinemazero metterà a disposizione di tutte le classi che aderiranno al Premio del Territorio che ne faranno richiesta alcune lezioni di critica cinematografica gratuite in classe.

Momento clou dell’edizione 2016 di Scrivere di cinema saranno come sempre le premiazioni, in programma nell’ambito di pordenonelegge, Festa del libro con gli autori (14-18 settembre 2016). L’appuntamento si rinnoverà alla presenza dei finalisti e di centinaia di studenti, ospite d’onore sarà un grande protagonista del cinemaitaliano contemporaneo: un testimonial di Scrivere di cinema, che anche per il 2016 racconterà al pubblico la sua visione e la sua esperienza sul fronte della scrittura dedicata al cinema.

 

Per partecipare al concorso Scrivere di cinema c’è tempo fino al 15 giugno 2016.

Tutte le info e il bando di gara all’indirizzo http://scriveredicinema.mymovies.it

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Live – Escape the Fate + guests @Deposito Giordani (6.2.2016)

escapethefaterecensioneLe considerazioni circa questo concerto sono agli antipodi, ma procediamo con ordine.

Il primo gruppo ad esibirsi sono stati i neozelandesi Like a Storm. Voci non male, ma non sempre precise, sound carino con qualche sentore di plagio qui e là. Insomma, una band piuttosto facile da ascoltare che però allo stesso tempo non trasmette granchè. Per la prima volta ho visto suonare un didgeridoo e i ragazzi sono riusciti ad integrarlo bene con il resto degli arrangiamenti inserendo così un elemento di novità.

La serata prosegue con i Fearless Vampire Killers (FVK). I ragazzi sembrano essere stati proiettati nel 2016 direttamente dal 2006, epoca d’oro degli emo kids. A parte il batterista che è un omaccione dai capelli lunghi e dalla folta barba.
Tralasciamo il mero aspetto estetico e parliamo di quello musicale. Non avendo mai sentito nulla della band sono andata a cercare i loro video per ascoltare le versioni studio dei pezzi che hanno eseguito sabato sera. Beh, quantomeno le versioni studio sono ascoltabili, al contrario quelle live sono state davvero scadenti. Tanta confusione per nulla, perché purtroppo io ho sentito solo confusione.
La vera svolta della serata arriva quando salgono sul palco i New Year’s Day, capitanati da Ashley Costello, cantante della band. Ashley è davvero brava, ha una voce potente e un atteggiamento vincente e sono ben felice di dire tutto questo perché è difficile vedere una cantante donna in gruppi di questo tipo.
La band si presenta benissimo eseguendo diversi pezzi tratti dall’ultimo album “Malevolence” uscito lo scorso ottobre. Riempiono il Deposito con il loro suono energico e un’ammirevole precisione nell’esecuzione.

Quando si accingono a suonare Angel Eyes spunta sul palco anche Craig Mabbit per “sostituire” l’assente Chris Motionless, anche se l’effetto non è proprio lo stesso. Però dai, apprezziamo lo sforzo e la simpatia del gesto!
Alla fine arrivano gli Escape the Fate, band che ha segnato la mia adolescenza e che non avevo mai avuto occasione di vedere live.

Aprono a tutto gas con “Just a Memory” il singolo estratto dal loro ultimo album “Hate Me”. Anche loro, ovviamente, promuovono diverse tracce provenienti da questo ultimo lavoro, ma ad un certo punto rimango spiazzata nel sentire “Ashley” uno dei brani contenuti nell’album del 2008 “This War is Ours” che ha segnato l’entrata nella band di Craig Mabbit. Rimango ancora più basita quando suonano “Something”. È stato come tornare diciassettenni in un secondo.
È sempre brutto quando dopo tanti anni si riesce a vedere una band della quale si è fan e il live è una ciofeca, ma in questo caso gli Escape the Fate non hanno deluso le mie aspettative e ne sono contenta e sollevata.

I suoni sono puliti e ben amalgamati, Craig regge bene il palco e pure la voce, si vede che sono coesi ed hanno ancora voglia di spaccare tutto.

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Suede – Night Thoughts

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Gli Suede sono tornati : riunitisi qualche anno fa, dopo 10 anni di silenzio, escono con un concept album che segue “Bloodsports” del 2013.
Il suono è quello di un disco degli Suede : archi e chitarre gloriose con la voce di Brett Anderson potente e severa.

“Night Thoughts” è un disco che gli Suede avrebbero potuto scrivere nel 1994 : amore, violenza e melodramma, un pò più oscuro e meno pop di quella serie di dischi che, dalla metà dei 90, li fecero diventare delle icone in tutto il mondo.

Il disco inizia con “When you are young” un pezzo intenso e disperato, con un lunghissimo intro di archi e prosegue con “Outsiders” il primo singolo del disco.  “Thrown like two winter roses into a broken vase”  recita il racconto dell’inizio della storia dei due sfortunati amanti che sono il filo conduttore di tutto il disco. Tutto “Night Thoughts” è un ritratto di una passione conflittuale, ritratto dove la voce di Anderson è un perfetto veicolo di un imperfetto amore. L’intensità di questo dolore è molto marcata in brani come ‘I Can’t Give Her What She Wants’ and ‘Like Kids’ consumati e strazianti  A volte più cinematico che brit pop, come nel caso di “Pale Snow” il disco arriva alla tragica chiusura con “the Fur and the Fathers”.

Un disco non facile, a volte un po’ barocco ma dal sapore agrodolce, molto maturo e, anche se a volte forzatamente melodrammatico, veramente molto bello : una perfetta rinascita artistica

 

“Nel Paese dei Coppoloni” il nuovo atteso progetto di Capossela

Sono andata a vedere il nuovo atteso progetto di Capossela, in una freddissima serata del nordest nonostante ciò Cinemazero la sala era soldout, immagino tutti con l’aspettativa di ascoltare gli inediti che faranno parte del nuovo lavoro discografico di Vinicio Capossela “Canzoni della Cupa” la cui uscita è prevista per il 2016. 

“Il paese dei Coppoloni” è un libro (Feltrinelli 2015), un tour (io ho avuto la fortuna di vederlo a San Daniele del Friuli) e adesso è anche un film del regista Stefano Obino, che ha già lavorato con Vinicio in occasione del reportage “Secondo me” realizzato per LaEffe.

I Coppoloni, spiega Vinicio, “…sono gli abitanti del paese di Cariano, investiti di un’aura divina perché situati in alto, più vicini al cielo ma anche alle intemperie, e perciò costretti a coprirsi bene la testa.

Vinicio viandante, o “camminante” come  preferisce definirsi, in Alta Irpina, la terra di origine dei suoi genitori, cerca di conoscere se stesso attraverso gli incontri che gli offre la vita.

 “Conosci te stesso attraverso gli altri” dice Vinicio o come recita il titolo di un album di un suo omonimoVinicius de Moraes : “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”. Bellissima è l’immagine di lui che lungo i binari di una linea dei treni abbandonata avanza portando sulle spalle un fascio di legna, sembra un angelo con le ali.

Il Vinicio nazionale è un raccontastorie moderno, o uno storyteller come va di moda adesso; è lui che ci accompagna nel paese dei coppoloni, tra trivelle petrolifere e case abbandonate, pale eoliche e vecchie ferrovie, boschi, animali selvatici e paesaggi incontaminati e incontra persone, alla ricerca di musiche, musicanti e canti.

Le dodici “stazioni” che rimandano ai capitoli dell’omonimo libro (Il viandante, Le mamme nonne, Ciccillo, L’aufido Ofato, La ferrovia, Il paese dell’eco, Matalena, Sicuranza, Testa di Uccello, I sentieri della Cupa, La Banda della Posta, Gli sposalizi), si alternano alle immagini e alle musiche del tour realizzato con i Coppoloniin cui Vinicio si lascia anche a personali riflessioni frutto dell’incontro con musiche e musicanti.

Queste intromissioni vengono percepite però come una interruzione al racconto/viaggio di Vinicio, e pertanto una forzatura.

Il film è un viaggio nel mondo di Vinicio e lui, i luoghi e i personaggi del racconto, come Ciccillo Di Benedetto  (mito assoluto e guest star indiscussa 😉 ) ce lo fanno amare ancora di più.

La proiezione di “Nel paese dei coppoloni” inizia con l’avvertimento di restare anche per il corto “Il Pumminale” diretto da Lech Kowalski che chiude la proiezione.

Ecco … sarà stata la stanchezza..la telecamera che roteava intorno a Capossela in modo vorticoso… ma ad un certo momento ho perso i sensi per qualche secondo, direi indicatore di quanto mi sia piaciuto il corto.

Vinicio Capossela San Daniele del Friuli 2015 Il Paese dei Coppoloni
Vinicio Capossela – Foto di @eltubaro
San Daniele del Friuli 2015
Il Paese dei Coppoloni

 

Vinicio Capossela San Daniele del Friuli 2015 Il Paese dei Coppoloni
Vinicio Capossela – Foto di @eltubaro
San Daniele del Friuli 2015
Il Paese dei Coppoloni

 

Vinicio Capossela San Daniele del Friuli 2015 Il Paese dei Coppoloni
Vinicio Capossela – Foto di @eltubaro
San Daniele del Friuli 2015
Il Paese dei Coppoloni

Cage the Elephant – Tell Me I’m Pretty

cage the elephant

Prodotto da Dan Auerbach (The Black Keys, The Arcs, Lana Del Rey) e registrato al Easy Eye Sound Studio di Nashville è uscito il 18 Dicembre “Tell Me I’m Pretty” dei Cage The Elephant.

Il trio di Bowling Green esce, due anni dopo “Melophobia” del 2013, con un disco denso suoni rock’n’roll direttamente dal periodo a cavallo tra la fine dei ’60 e l’inizio dei’ 70. Il disco sembra partorito sullo stampo dei B.K. ma con un  leggero velo di ironia in più  : “You know she’ll drive you crazy Yeah she’s coming for ya No, she don’t mess around” canta Matthew Shultz su “Mess Around”. I pezzi sono tutti molto radiofonici, brevi e curati e quel tantino sporchi come richiesto per entrare nel “giro che conta”. Non sono però mai noiosi “Sweet Little Jean” , “Too Late to say Goodbye” ad esempio hanno un po’ di quel flavour brit che ricorda i Beatles di Revolver e che vi suonerà subito familiare

Molto ’60 “That’s Right” e la bella “Cold Cold Cold” , un pezzo alla Animals nella California dell ‘infranto sogno hippy : “Well it’s cold, cold, cold, cold inside, Darker in the day than the dead of night”.

Se volete fare un tuffo indietro di 50 anni , affittare una Corvette e viaggiare in direzione del tramonto, questo è il disco giusto

 


 

Library Voices – Lovish

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La band di Saskatchewanian (è in Canada, ho controllato io per voi) dopo aver deciso di produrre  “Lovish” è stata attaccata dalle sfighe manco gli avessero fatto il malocchio, una su tutte : il cantante / chitarrista Carl Johnson dopo un’aggressione, che lo ha ferito in modo importante, c’è quasi rimasto per una commozione cerebrale..

Deve quindi aver pensato : prima di fare una brutta fine, meglio che scrivo un po’ di canzoni. Per l’esattezza ne ha scritte 7 delle 11 del nuovo lavoro.

Registrato in una funeral home (non durante una cerimonia credo) e mixato da Dave Plowman dei Crystal Castles è Lovish è uscito, a Novembre, dopo due anni di pausa, per la Nevado Music  e segue “Denim on Denim” del 2010 and “Summer of Lust” del 2011.

Questo terzo disco ha sempre delle radici pop è però meno leggero e più sperimentale, incentrato sulle ritmiche di batteria e chitarra.

“All of your heroes, they’re all assholes / But that don’t mean you should piss on your dreams.” recita “Oh Donna” il bel singolo con cui la band si ha presentato l’album.  “Lovish” contiene diverse anime come è possibile ascoltare su “Slacker” “Every Night”costruite su un pop/rock  riverberato e delirante. L’anima  più classic brit rock si respira su “Zzyzx” e “Fangs of Love”  con un sassofono molto presente.

“We’re more sentimental as we grow older / All my favorite singers, they’re either dead or sober.” è l’anima rock’n’roll di “Bored in Berlin”, il pop 80 è tutto in “Sunburnt in LA”  : “this jealous man just wants to take care of you, honey”

Il disco è piacevole e le diverse anime di fondono alla ricerca di in un equilibrio dove l’amore è sia una bella cosa che un terribile errore. In effetti il lavoro risente molto della realizzazione della precarietà,  ma è proprio a causa di questa incertezza che, per i Library Voices,  dobbiamo abbandonarci al divertimento.

Erano già stati nominati due volte in patria per il premio “album dell’anno”. Probabilmente “Lovish” gli porterà la terza nomination.

 

LIVE Calibro 35 @ Deposito Giordani (PN) – 04 12 15

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Venerdì 4 Dicembre 2015, Calibro 35 al Deposito, Pordenone.

Arrivo al Deposito incuriosito da un gruppo di cui ho sentito spesso parlare e di cui sinceramente conosco abbastanza bene solo il leader, Enrico Gabrielli, di cui ho molto apprezzato il lavoro solista. C’è gente, più di quella che mi sarei aspettato qui a Pordenone in una sera nebbiosa d’inverno. Dopo poco sento un rumore molto forte, ma non capisco bene cos’è… Sembra una motosega! Tutti si avvicinano al palco, dove stanno salendo tre ragazzi vestiti da meccanici vintage. Sono gli Ottone Pesante, gruppo composto da una batteria, una tromba e un trombone. La cosa pazzesca è che fanno metal!

Batteria metal doppia cassa, riff taglienti e potenti, ma eseguiti solo con i due fiati. Sulla carta una pazzia. Dal vivo una bomba! Per quasi un’ora siamo tutti investiti da un’onda di canzoni forti e complesse, che ci fanno vibrare nervi e stomaco. Tanto di cappello!

Verso le 23.30 arrivano i Calibro 35, anticipati da una registrazione audio, estratta probabilmente da qualche pellicola di fantascienza degli anni ’60. Infatti il loro ultimo album S.P.A.C.E. si orienta alle atmosfere e alle sonorità della musica da film di fantascienza degli ’60 e ’70. A differenza dei precedenti album, ispirati invece dalle musiche dei film polizieschi di quel periodo.  Il palco è molto equipaggiato: la strumentazione di Enrico Gabrielli (sintetizzatori, flauto, sassofono, violino!!! E voce!), Luca Cavina (basso), Fabio Rondanini (batteria), e Massimo Martellotta (chitarra e sintetizzatori). Inizia Enrico Gabrielli al synth e da questo momento entro in una bolla magica di suoni coinvolgenti, emozionanti, piacevoli. Ripetizioni e variazioni impossibili, dissonanze e melodie perfette. Tutte canzoni strumentali in grado di parlare una lingua universale interiore. I ragazzi, dai 18 ai 50 anni, sono rivolti verso il palco, in silenzio, ondeggianti. Mi sento quasi sotto piacevole shock. Non riesco a descrivere lucidamente la sequenza dei brani, ma posso solo consigliare a tutti di spendere una serata e di andare a sentirli dal vivo.

Wu Ming: anteprima de “L’INVISIBILE OVUNQUE”

…Abbiamo pInvisibile_Ovunque_250pxiegato le sbarre e siamo fuggiti. Suonano le sirene, si sguinzagliano i cani, i fasci dei riflettori perlustrano la notte, ma noi siamo già altrove…
Giovedi 26 Novembre si è tenuta a Vittorio Veneto l’ anteprima nazionale dell’ultimo libro del collettivo di scrittori Wu Ming: L’invisibile Ovunque.
Wu Ming 1 ha presentato questa non-celebrazione cartacea della Prima Guerra mondiale al Museo della Battaglia, secondo un paradosso voluto per esaltare la denuncia di un conflitto che non si è mai concluso, con ferite ancora da sanare ed echi di un dolore che nel Nord-Est (ma anche nel resto del mondo) continuano a sentirsi nelle pieghe della storia.
La prima novità, annunciata davanti ad una sala veramente gremita oltre ogni aspettativa, è che questo libro conclude una prima storia ventennale del collettivo, sviluppatasi da Q all’Armata Dei Sonnambuli, in cui la soluzione narrativa era legata al puro romanzo storico.
Quel che viene proposto ora è un oggetto narrativo non identificato racchiuso in 4 movimenti, rubati alla struttura musicale, ognuno con una personale e creativa identità. La Guerra viene vista con uno sguardo obliquo particolare con un punto d’osservazione che si sposta dai confini verso il centro. Personaggi e vicende s’intersecano, nella continua ricerca di prospettive inconsuete, per analizzare il conflitto anche tramite un linguaggio evocativo che non escluda il totale coinvolgimento del lettore nelle vicende umane e soprattutto nella follia. Si passa dal saggio ad una scrittura surreale, che ospita perfino quattro disegni della figlia di Wu Ming 1.
Secondo le intenzioni del collettivo si può considerare come un “testo zippato” apparentemente più contenuto degli altri romanzi prodotti dai Wu Ming ma  estremamente stratificato, a cui dedicare anche più di una lettura.
L’Invisibile Ovunque viene considerato come una prima tappa d’avvicinamento al centenario della fine del conflitto, lasciando intendere la produzione d’altri libri che riprenderanno il filo delle vicende narrate ed ulteriori spunti di riflessione sulla tragedia.
Dal sito del collettivo: Giap http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=22306

wu ming 1…”L’Invisibile ovunque segue quattro percorsi nella Grande guerra, saltando dal fronte italiano a quello francese. I protagonisti di questo libro sanno che «niente uccide un uomo come l’obbligo di rappresentare una nazione» (Jacques Vaché), e adottano diverse strategie di resistenza all’orrore.

Qualcuno si arruola negli Arditi, scansando la vita di trincea, al prezzo di divenire un uomo-arma, un pugnale con braccia e gambe, che un potere futuro potrà usare a suo piacimento. Di questo potere si sente già la presenza, cupa, ineffabile.

Qualcuno sceglie la renitenza alla leva o la sfida all’istituzione psichiatrica, accettando il rischio che la follia simulata diventi reale.

Qualcuno trova il modo di nascondersi nelle pieghe della guerra, praticando l’umorismo e il paradosso, esplorando gli abissi della psiche umana, fantasticando piani grandiosi per farla pagare al mondo che ha reso possibile la carneficina.

Qualcuno sperimenta la mimetizzazione e l’utopia di un’invisibilità che renda impossibile agli uomini combattersi”.

Ancora una volta Wu Ming 1 dimostra d’avere ben chiare le dinamiche dei conflitti, sia bellici che intimamente umani ed, attraverso l’uso di una letteratura efficace e creativa, la capacità di focalizzarci tra la vastità della storia, anche su aspetti apparentemente non fondamentali ma assolutamente necessari per capire l’animo umano, fin nel profondo anche più disdicevole.
Si pensi per esempio ad uno dei protagonisti dell’Invisibile Ovunque, Adelmo (presentato nel primo movimento), totalmente anaffettivo ed insensibile capace solamente, nel mezzo della più devastante carneficina di uomini, preoccuparsi solo per i suoi due cani, uccisi addirittura prima della guerra, senza scomporsi invece per la putrefazione di questo conflitto devastante.
Come al solito il collettivo Wu Ming non poteva che presentarci un prodotto culturale estremamente ricercato che ci lascerà ancora una volta più curiosi e con fame di risposte della storia; la nostra storia.

Calce

Dresses – Let Down

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Jared Ryan Maldonado and Timothy Heller sono il duo che compone i Dresses : polistrumentisti e cantanti di grande bravura che escono con un EP composto da 6 brani intitolato  “Let Down”.

C’è un senso innato di felicità nell’indie pop del duo di Portland, ma la punta di ironia di tutto il loro lavoro la si percepisce già dalla copertina dell’ EP : una ragazza che sta per leccare un cono gelato a forma di cactus. Dolcezza e dolore, tutto mescolato assieme. Una perfetta metafora dei rapporti, dell’amore, della vita. Un rischio che ti prendi, sempre.

L’EP apre con “Catch” , emblema della canzoncina pop che i Dresses sanno costruire alla perfezione. Ma dietro ad un riff canticchiabile, clapping ritmici ed un cantato orecchiabile si nasconde  la paura di chi ha messo tutto se stesso in una relazione che sembra non funzionare più :“Don’t wanna be another one that you throw back This is a two-way street, not a culdesac And if I threw my heart and made a pass Would your hands reach out when I said “catch”?

Sound molto California-beach per “Drift Away”, le sue chitarre stoppate e la doppia voce. La “deriva” dell’amore anche qui è agrodolce, passione intensa ed incomprensioni “What can I say to make it clear I can’t control the words you hear”

La canzone che da il titolo all’EP arriva al numero  3 : una song sull’amore perduto che ti fa battere i piedi a tempo,  ma che ti avvisa che la perseveranza nel mantenere un rapporto, indipendentemente dal fatto che fai il tuo meglio, non premia ” I’m sorry if I let you down, but I didn’t let me down” 

Segue la riflessiva Frozen, chitarre e cori alla Coldplay per una ballata romatica “Such a shame that she’s frozen She could have been so golden”. “I Don’t Believe It” riflette triste : “Every night I lie awake alone I hate myself, I blame myself”, chiude “Fools” con il suo riff fischiettato ed il suo ritornello “And it’s cool, we are fools” che potrebbe essere un singolo in heavy rotation su tutte le radio top 50 in giro per il mondo.

I Dresses sono usciti con un EP con melodie ballabili, voci sweet e ottimo uso del sound. Un pop perfetto che, anche su diversi livelli di ascolto, non risulta per nulla banale e che ti invita a ripremere play ogni volta che i 6 pezzi sono arrivati alla fine. Ottimo