Fast Animals And Slow Kids – Alaska (Woodworm,2014)

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 Aiuto, non ho più fede, né credo, solo rimorsi.
È che mi sento più solo. Non c’è più speranza.
Mi porto più lontano, lontano da tutti, spaventato dai consigli di chi ha già visto, sentito, provato,
ma non è me e non può capire, non può aiutarmi.
Quanto vorrei fuggire dal giudizio degli altri e dalla mia insicurezza,
odio suonare e pensare che la gente potrebbe credere alle mie parole.
Non posso aiutarvi e non perché non voglia ma perché non sono adatto,
pensate sia intelligente fidarsi di qualcuno solo perché urla più e più in alto degli altri.
Non ho certezze per me stesso, perché dovrei averne per voi.
Una nuova alba, questa è la speranza. Al futuro sputo in faccia.

“The Kids Aren’t All Right” cantavano gli Offspring qualche anno fa alludendo all’inno degli Who di qualche decennio prima.Ora mi viene da riproporlo per i FASK: gli Slow Kids non stanno bene, ma crescono meravigliosamente! Ed hanno ormai le potenzialità per diventare un punto di riferimento per chiunque voglia suonare rock in Italia oggigiorno.Il disimpegno giovanile di Cavalli, edito ad inizio 2011, fu seguito nella prima metà dell’anno scorso da quel fulmine a ciel sereno quale fu Hybris, pervaso di rabbia e voglia di far gruppo, di grande cavalcate piene di energia e spigliata urgenza, nel quale già si evinceva il grande carisma del gruppo, capace di un salto in avanti enorme rispetto alle premesse.

Ed ora eccoci alla terza prova di Alaska: le potenzialità si sono trasformate in un’ottima sorpresa e sono evolute ancora per sfociare dunque in una promessa mantenuta, in una confermata ispirazione che magari non osa addentrarsi in campi sconosciuti (Hybris ed Alaska sono la stessa persona, la stessa materia, lo stesso luogo, ma con dimensioni e prospettive differenti), ma che rilancia la sfida con sicurezza e vigore, urlandoci in faccia il loro disagio e le loro ansie, soundtrack contemporanea perfetta, riprendendo il filo del discorso con lo stesso linguaggio che ormai conosciamo bene.I ragazzi lenti non stanno bene dicevo all’inizio, ma in un periodo storico nel quale è difficile poter trovare sicurezza, soddisfazione ed addirittura felicità, la loro situazione è anche la nostra ed è quindi quasi la normalità: molto meno normale è l’espressione della loro musica, la quale cresce con loro.fask02

Nei testi dell’indiavolato frontman Aimone Romizi subentra la malinconia, la preoccupazione, l’insicurezza, la necessità di trovare risposte a quelle domande che solo pochi mesi fa gli mandavano “in melma il cervello”.. subentra la paura forse, di non venire ricordato, di sentirsi solo, di rimanere al freddo. E così Alaska rappresenta tutto ciò, nel nostro immaginario di luogo isolato e lontano, ricoperto d’inverno e colmo di incognite.

Ecco che quindi le pelli vengono battute con forza e decisione, potenza e precisione ancora maggiori dal Frot, all’anagrafe Alessio Mingoli; Orsetto alla chitarra, ovvero Alessandro Guercini, si è fatto ancora più grande come musicista ed è diventato Orso, e la qualità della sua scrittura è sempre elevatissima, saltando con semplicità tra melodia e furore, ed in compagnia del basso di Jacopo Gigliotti, il Jachi che chissà se deciderà di tentare il record di barba più folta, sfornano giri killer senza sosta e momenti di riflessione morbidissimi, soluzioni sonore di cui ci eravamo innamorati nel precedente album ma delle quali non ne abbiamo ancora abbastanza; ed infine Aimo (qualcuno gli regali una coperta e lo abbracci forte per favore), ritrovatosi così a mettere faccia e voce e testi a questo gruppo di amici che hanno capito di essere qualcosa d’importante nel panorama musicale italiano, che sentono la pressione di chi li adora e il vuoto dopo l’euforia, il timore nel tradire le attese o rimare senza fede e speranza, con legittimi dubbi sul ruolo acquisito ed il valore delle proprie parole (e spero mi scuseranno se ho strappato alcune parole da ogni singola canzone e ne ho fatto l’introduzione a questa recensione, decontestualizzandoli).
E poi ci sono gli amici e la terra di provenienza, l’esperienza live di due anni intensissimi, il calore e la forza generata dall’esercito che li supporta: non si dimenticano da dove vengono e chi hanno incontrato, inseriscono come nel precedente disco il violino di Nicola “Bologna Violenta” Manzan e il violoncello di Francesco Chimenti dei Sycamore Age, ma anche il coro del liceo musicale di Arezzo diventando ancora più orchestra rock, invitano a pranzo nella loro casa di registrazione (sì, non hanno un semplice studio, hanno una casa!) la rappresentazione indie italiana (Maria Antonietta, Criminal Jokers, Zen Circus, Gazebo Penguins,..).
Ti fanno sentire coinvolto, parte di qualcosa, ascoltarli è un atto di condivisione.
Prima di chiudere vorrei spendere poche parole per Andrea Marmorini, che insieme a Gigliotti produce Alaska: una menzione speciale perché dopo il successo di Hybris poteva subentrare la tentazione (e l’ansia) di voler strafare, di sovraprodurre il disco, di renderlo troppo pomposo e pieno.. beh, bravi davvero, il risultato sono 38 minuti abbondanti convincenti e compatti, senza cadute e sufficientemente vari, in cui musica e testi realizzano un unicum, come se ci si trovasse di fronte una composizione unica suddivisa in otto singoli atti introdotti da “Ouverture” e conclusi in un “Gran Final”.
Si riparte di camogli e soste in autogrill, ma mi verrebbe da dire che qui la carne al fuoco è molta, perché gli amici invitati al banchetto sono tanti e sparsi in tutta Italia, e credo aumenteranno ancora.
Concludendo, un applauso davvero, il timore di un passo indietro rispetto ad Hybris è stato fugato, l’attesa e la curiosità sono state ben ripagate, anche noi “sputiamo in faccia al futuro”, perché Alaska è ora, e non smettiamo di ascoltarlo, perché ci fa stare bene, perché ci piace un sacco.

il PIETRA (il Bianco delle Ossa)

http://www.youtube.com/watch?v=7OWeK6_RUxU

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