Paolo Nutini – 18 luglio – Piazzola sul Brenta (PD)

10538409_10204284587698514_461440367_nHigh Hopes (o great expectations)

Sullo sfondo vivace e sinistro di Cyclone, l’opera più famosa dell’artista britannico contemporaneo Dan Baldwin, si apre la scena del concerto di Paolo Nutini.

Il ragazzo di Paisley è cresciuto: si è fatto attendere dopo l’esibizione dei Rainband di Manchester, concedendosi ai fan dopo tre quarti d’ora (accademici); e questa volta non ha circoscritto i movimenti al cilindro del microfono. Dico “questa volta” perché prima di arrivare a Piazzola avevo ancora impressa nella memoria la performance di Roncade, il 24 novembre 2009, e non era un bel ricordo. Il Paolo Nutini di Sunny Side Up non era riuscito ad esprimere sul palco la solarità del suo allora ultimo album, forse sopraffatto da una timidezza che ancora non riusciva a gestire. E che troppo strideva con la natura energica della sua nuova musica.10565759_10204284662940395_2083296221_n

Ma Piazzola è stata diversa: il contesto ha aiutato, certamente. Non più lo spazio limitato e chiuso di un New Age autunnale, ma l’anticamera a cielo aperto di una villa seicentesca, arricchita da lampi, tuoni e cielo violeggiante. Niente di più soul, niente di più blues. Il quadro più inaspettatamente adatto a contornare la performance di un artista che con Caustic Love ha scelto di spingersi una bella manciata di passa più in là nell’esplorazione di una delle sue anime musicali, il soul appunto. Il cielo tiene ancora, e Paolo entra in chiodo e stivale pesante: la scaletta dice Scream (Funk My Life Up) facendo sentire il pubblico subito a casa, e poi continua con la seconda della scaletta e dell’album, Let Me Down Easy. E qui è doveroso fermarsi subito. Canzone tra le più simboliche del soul, una hot rhythm and blues per la precisione: cantata per prima dall’americana Bettye LaVette nel lontano e moderno 1965. Possiamo dire in tutta tranquillità che Paolo è andato sul sicuro, ma ha anche rischiato con questo classico che induce alla venerazione. La scelta di reinterpretarla con l’aiuto di una seconda voce femminile, che interviene più volte nel corso del concerto con un effetto tra la Motown e la lirica, vince e convince.

Il concerto continua in realtà10555186_10204284601898869_1694488022_n senza grandi sorprese, a parte quella gradevole di vedere un cantante più disinvolto e meno perso nell’ascolto intimo della propria musica. Si passa da brani più vecchi, come Jenny Don’t Be Hasty (con coda in New Shoes), ai recentissimi Better Man e Diana, a creare un’atmosfera romantica forse troppo anticipata. Da notare comunque che tutti i pezzi di Sunny Side Up sono rivisitati non saprei ben definire in che chiave – ma forse nemmeno Paolo lo sa o lo vuole sapere, restio com’è a dare definizioni col punto finale alla propria musica. E quindi non perdiamoci in chiacchiere. Notiamo che Paolo si è finalmente deciso a togliersi il chiodo (ma non lo stivale) e ad esprimersi anche col corpo, non solo con la voce. La strada è ancora lunga, ma è pur sempre quella giusta.

Com’è facile immaginare non manca neppure Candy, anche questa in versione “altra” rispetto a quella che ci canticchiamo tutti nella mente, e un po’ dispiace, ammettiamolo. Come non manca No Other Way e Iron Sky, e neppure la dedica a Dalla e all’Italia con Caruso, un must per il discendente di Barga (paese toscano d’origine di Nutini padre). Prima però Nutini fa sgranchire le gambe con Pencil Full of Lead.

Ultima, banalmente ultima,10566443_10204284587938520_23195673_n Last Request, che ha però il pregio di unire tutto il pubblico in un solo canto. Si chiude così, ad una voce, un concerto capace di far dimenticare di essere sotto la pioggia, fradici e in spadina, in una sempre meno calda serata di luglio.

Infine, una domanda che passo a chi c’era o a chi ascolta Paolo da casa: non vi aspettavate di veder spuntare sul palco una figura mitologica metà James Brown metà R.Kelly mentre Paolo, ispiratissimo e così soulful, intonava One Day? Sospiro, e high hopes (per il prossimo concerto).

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