Live – Scott Matthew @Mojotic festival 2014 – Sestri Levante

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Sabato 14 giugno ho assistito per la prima volta a un live di Scott Matthew e vi raccomando di non farvelo scappare, se dovesse capitare dalle vostre parti.
Scott Matthew ha realizzato lo scorso anno un cd di cover (Unlearned, per l’etichetta Glitterhouse Records), un omaggio alla musica che ascoltava suo padre e che ha riempito le orecchie della sua infanzia. Potrete sentire una versione “da cameretta” di “Anarchy in U.K.” dei Sex Pistols, cioè come la potrebbe cantare un ragazzino melanconico nella sua stanza di adolescente: lo spirito solitario di questa versione condivide con l’originale la lontananza spirituale con la realtà che circonda il protagonista e il desiderio di un ordine anarchico in totale contrapposizione alla quotidianità.
Così anche le altre cover assumeranno un tono intimista, drammatico e ricco di pathos, che mai avreste potuto sospettare in “I wanna dance with somebody” di Whitney Huston.
Dalla sua pagina web <http://www.scottmatthewmusic.com/>, Scott ci invita a dimenticare le canzoni come erano, poiché puoi imparare un nuovo modo solo se dimentichi quello che conosci.
“Harvest moon” la senti sulla pelle: Scott ha il dono raro di arrivare con la sua voce direttamente ai nervi scoperti di ognuno (ai miei di certo), di coinvolgere completamente con quella sola. Il live non consiste però in voce sola: sul palco Scott alla chitarra e all’ukulele, più una secondo musicista alla chitarra.
L’esibizione si è svolta nell’ambito del Mojotic Festival a Sestri Levante, presso un ex convento: fuori una pioggia estiva e all’interno circa cinquanta persone, un pubblico attento tra cui diversi fan. Scott, a suo perfetto agio, ha raccontato le storie dei brani, sorseggiato vino rosso e concluso la sua esibizione eseguendo l’ultimo bis (“No surprises” dei Radiohead) all’esterno, dove inizialmente il concerto era stato programmato, con l’ukulele, sotto l’ombrello di un fan.

Qui la scaletta della serata:

-To love somebody
-Anarchy in U.K.
-To wonder of falling in love
-I wanna dance with somebody
-Harvest moon
-Upside down
-Smile
-In the end
-L.O.V.E.
-Community
-Annie’s song
-Abandoned
-Duet
-Total control
-Little bird
-White house
-Friends and foes

-Here we go again
-Love will tear us apart
-No surprises

Davide Tosches – “Luci Della Città Distante”

Davide_Tosches_Luci_Della_Citta_Distante_Cover

(Controrecords, 2014)

“Luci Della Città Distante” è un disco concettuale, intenso, potente e allo stesso tempo minimale. Appartiene a quella categoria di album che meritano un ascolto dedicato in una dimensione personale e intima, magari con le cuffie e preferibilmente al buio.

Il terzo lavoro di studio di Davide Tosches, co-prodotto da Giancarlo Onorato per la Controrecords dello stesso Tosches, è un’istantanea in chiaroscuro di uno scenario quasi apocalittico e deumanizzato con al centro una Natura sopita e meravigliosa.

Difficile scomporre questo disco in una semplice successione di nove canzoni, “Luci della città distante” si presenta in effetti come un autentico “concept album”, un unico piano sequenza che ritrae elementi di un paesaggio campestre dove assieme ad un senso di quiete ed equilibrio emerge inquieto il vuoto lasciato dall’uomo. Musica e testi sono scarnificati, la produzione è essenziale ma molto curata e vede dietro il lavoro di una nutrita schiera di musicisti: partecipano agli arrangiamenti il contrabbasso di Federico Marchesano , la tromba e il flicorno di Ramon Moro, gli archi di Catherine Graindorge, le percussioni di Vito Miccolis, le chitarre elettrificate di Hugo Race, l’organo e il piano Wurlitzer di Massimo Rumiano. Una piccola orchestra che incornicia il procedere lento e per moti circolari di melodie apparentemente monocorde guidate dalla voce e dalla chitarra acustica del cantautore torinese; melodie capaci anche di costruirsi attorno a silenzi che arricchiscono il disco di atmosfere bucoliche sospese e lievi.

Man mano che si addentra nell’ascolto la civiltà urbana si scompone, sfuma per sottrazione e si lascia dietro solo scheletri di edifici, echi di sirene e fievoli barlumi di luci, come gli ultimi ruderi abbandonati di un mondo in via di estinzione. Tosches non si concede a facili retoriche ecologiste ma con semplicità restituisce ad un’esistenza non più compressa dalle quotidiane vicissitudini umane, i tempi primordiali del succedersi di giorno e notte, estate e inverno, vita e morte.

Un disco difficile e ambizioso che non si presta ad ascolti fugaci mentre si è indaffarati a fare altro, ma che regala all’ascoltatore più appassionato e paziente una decadente malinconia che si appiccica al cuore.

Voto: 8/10

https://www.youtube.com/watch?v=xJB0gxxTnHI

CINEMA – Inside Llewyn Davis/A Proposito di Davis

inside-llewyn-davis-1Nei giorni scorsi ho letto un sacco di commenti delusi perché s’aspettavano chissà che storia da quest’ultimo “Inside Llewyn Davis” ed in definitiva “non succede niente” “non ci sono battute”, “è piatto” poi oggi sono andata a vederlo e pare tra i migliori film che i fratelli Coen abbiano realizzato. Non solo perché la camera non si distrae dalla storia che è tutta dentro il suo protagonista, attorno ai suoi piedi fradici, nella sua giacca troppo leggera, una resistenza ad oltranza per poter vivere e non solo ≪esistere≫, ma perché in quella storia scavano e purtroppo c’è poca fortuna da trovare. E ce ne sono di personaggi così. Di quelli che sbattono in ogni porta per testardaggine perché sbattere gli riesce benissimo e non sanno fare altro. Come Llewyn Davis che sa solo suonare ed andar per mare. Dato che quest’ultima cosa non lo fa sentire vivo allora resta la musica, ma la buona stella l’ha abbandonato e adesso non gli resta che resistere scroccando sigarette, divani, fugaci e amori e qualche live nei locali del Village newyorchese. E’ il 1961 ed è prima che Bob Dylan porti in auge col suo tocco unico quel folk che esploderà nelle lotte per i diritti di fine decennio. Il nostro Llewyn ha avuto l’intuizione, è bravo ma fuori tempo. Solo che non ha altro. Così il film finisce dov’era cominciato, quasi a suggerire che per alcune vite non c’è evoluzione. E dopo questo non sarebbe un tipico film dei fratelli Coen? Comunicativo in ogni inquadratura e persino nel nome del gatto (una chicca non da poco). Nota a margine: malinconicamente splendidi i brani tradizionali e spiritual che la colonna sonora propone. Ulteriore nota a margine: l’attore e cantante guatemalteco Oscar Isaac Hernández nei panni del protagonista è bravo a restituire con forza nel suo ruolo l’ottusa resistenza ad una vita avara di soddisfazioni e la testarda ottusità di fronte a tutti i segnali che la vita gli pone davanti, indole che non si incrina nemmeno di fronte alla presa di coscienza delle fesserie commesse. Un grande personaggio ed un grande film.

http://www.youtube.com/watch?v=LFphYRyH7wc