Two Moons – Elements

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Two Moons – Elements

Elements” è un album inquieto, oscuro e nostalgico. In bilico perenne fra new wave e post rock, fra slanci di elettronica e sonorità dark, questo album è un vero tuffo nel passato, un viaggio nel tempo che ci porta indietro di almeno 30 anni. I Two Moons, infatti, attingono a piene mani dagli anni ’80 e ne ricreano le atmosfere cupe e sperimentali, ma con uno stile che lascia ben intuire la loro personalità. A questi suoni “datati” si aggiungono testi sempreverdi, che parlano di angoscia, malinconie e miserie umane: la band di Bologna sembra voler sondare il lato in ombra delle nostre esistenze e condurci in un viaggio introspettivo lungo 11 tracce.

Welcome to my joy”, brano di apertura, ha un ritmo trascinante a tratti quasi noise, “Snow” “Rain” e “I’m sure” lasciano, invece, spazio al sinth e a suoni più sintetici: distorsioni, tastiere ed effetti ricostruiscono fedelmente lo stile anni ’80, mentre “Leaves” ricorda i Depeche Mode più tormentati. “Autumn” e “Starchild” sono brani ben riusciti, sognanti e puliti, ma il finale è affidato a “Crazy world” che rappresenta una specie di riassunto dell’intero album: una sinfonia di suoni elettrici che inneggiano al caos. Su tutto domina la voce del cantante Emilio Mucciga, con il suo inglese teatrale ed enfatico, crea assuefazione e suona stranamente distante, come arrivasse davvero dal passato.

Back to the Future.

 

Live – God is an Astronaut @ Kino Šiška Ljubljana

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Dio è un astronauta.
Non so se sia vero, ma quello che so è che ieri nello spazio ci sono stato davvero.

Martedì 8 aprile il Kino Šiška Centre for Urban Culture di Lubiana si è tinto di Irlanda, diventando perfetta cattedrale per il sound solenne, potente, ma al contempo intimo ed introspettivo dei ‪God is an Astronaut‬.
La band delle contea di Wicklow, alla sua terza apparizione nella capitale slovena, ha sfoderato un’esibizione fuori dal comune, lasciandomi personalmente esterrefatto quanto affascinato.

L’intero concerto è stato un climax sonoro ed emotivo che la band ha sapientemente orchestrato spaziando in un turbinio di sensazioni contrastanti e pescando in tutto il suo repertorio, dal primissimo “The End of the Beginning” del 2002 fino al più recente “Origins” del 2013.
Forever Lost, Fragile, Echoes, Twilight: nessun pezzo storico è stato dimenticato, anzi l’enfasi era ancora maggiore, come il continuo e sempre crescente coinvolgimento del pubblico.
Un post-rock di qualità ed estrema tecnica, una perfezione sonora che non può lasciare indifferente nemmeno l’ascoltatore meno esperto.
Il mio apice personale è stato raggiunto con “All is Violent, All is bright” durante il quale ero letteralmente su un altro pianeta: gli occhi rapiti dalla chitarra di Torsten, il cuore impazzito in un orgasmo perenne, mentre lo spirito vagava leggero nell’iperuranio

La percezione del tempo si è persa tra le note, in un’atmosfera eterea e perfetta, e le quasi due ore di concerto si sono esaurite in una nuvola di emozioni, mentre noi eravamo lì, in pace, appagati, stregati.
E volavamo e fluttuavamo.
Perchè si, forse Dio è davvero un astronauta.

Mogwai @Alcatraz, Milano, 31 marzo 2014

Mogwai Alcatraz 2014Rave Tapes (per Rock Action/ Sub Pop, 2014), l’ultimo album dei Mogwai, ha intrapreso una via più melodica, abbandonando gli scrosci catartici di chitarre e synth che per molti sono il marchio di fabbrica della band.
Nessuna delusione in questo nuovo (o solo ultimo?) corso: le tracce non perdono in potenza sonora, quella che risulta diversa è solo l’aspettativa nell’ascolto.
Con che aspettative invece si assiste al live che la band sta portando in giro per il mondo, proponendo questo nuovo album?
“Faranno per lo più pezzi nuovi?”… “Riarrangeranno i pezzi vecchi con questo nuovo stile?”
E…. e i nostri super scozzesi profeti del post rock sanno sorprenderci ancora: suonano solo alcune delle tracce dell’ultimo album, molte le selezioni dal passato, lasciando da parte il main stream della loro produzione. Sul palco anche Luke Sutherland, scrittore e musicista che ha già lavorato con loro (CODY, per Chemikal Underground, 1999), al violino e alla voce.
La band si muove con la libertà di chi ha stile e talento e non teme di portare versioni quasi new wave o stoner del loro repertorio. Sono liberi nelle tirate progressive, nelle sospensioni post punk e si divertono a liberare le corde e i synth sulle loro cascate di suono.
Vanno ricordate anche le scenografie dello spettacolo: tre esagoni sospesi sopra la band, ripresi dalla copertina dell’ultimo album, che assecondano gli effetti di luce e i suoni. Non so se la scelta di queste figure abbia un significato per i Mogwai, ma vi posso assicurare che, sebbene si trattasse di forme iper geometriche e molto astratte, sulla suggestione dei suoni invasivi dei pezzi più potenti (in particolare “i pezzi vecchi”) e delle luci, quelle tre sembravano delle fauci di pescecane, primitive e divoranti.
I Mogwai hanno salutato il pubblico di Milano con un meraviglioso “Satan” (da Mogwai young team, etichetta Chemikal Underground, 1997).
Qui la scaletta della serata:
Heard about you
Friend of the night
Take me somewhere nice
Rano Pano
Deesh
Ex Cowboy
Mexican GP prix
White noise
I’m Jim Morrison I’m dead
How to be a werewolf
Remurdered
Batcat

I bis:
The lord is out of control
Auto rock
Mogwai fear Satan